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Rottame: perché l’Italia è sempre più dipendente dall’import?

Rottame: perché l’Italia è sempre più dipendente dall’import?

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La filiera siderurgica chiede sempre più qualità della materia prima, mentre stanno cambiando gli equilibri sul mercato. Ecco come secondo siderweb…

 

È aumentata, negli ultimi dieci anni, la dipendenza dell’acciaio italiano dall’import di rottame ferroso: tra il 2011 e il 2019, la capacità del mercato interno di soddisfare il fabbisogno delle acciaierie è calata dell’8,7%, passando da 13,7 a 12,5 milioni di tonnellate. A calare è stato anche il fabbisogno totale, sceso da 22,1 a 21,4 milioni di tonnellate (-3,3%).

 

Lo dicono gli ultimi numeri di Federacciai, inseriti nell’ampia analisi dell’Ufficio Studi siderweb sul comparto delle materie prime siderurgiche presentata durante il convegno online “Materie prime, chi vince e chi perde la sfida del futuro”, organizzato da siderweb in collaborazione con il Consorzio RICREA.

 

Nel periodo preso in esame (2011-2019) la produzione nazionale di acciaio è scesa del 19%: è calata del 57% quella da altoforno ed è cresciuta dello 0,7% quella da forno elettrico. È sceso in termini assoluti anche l’import di rottame: -9,6%, passando da 5,7 a 5,2 milioni di tonnellate. Nell’intervallo 2011-2020 «le importazioni di ferroleghe sono diminuite in maniera decisa – ha detto il responsabile dell’Ufficio Studi siderweb, Stefano Ferrari -, quelle di DRI (preridotto) sono invece raddoppiate e quelle di ghisa sono rimaste abbastanza stabili».

 

Nonostante l’aumento della dipendenza dall’import di rottame, nel periodo è salito in modo deciso l’export di rottame, anche se si tratta di quantità molto limitate: dalle circa 300mila tonnellate del 2011 si è arrivati nel 2020 a 660mila tonnellate.

 

A fare la differenza sul mercato, nel breve periodo, sarà la qualità del rottame, sempre più richiesta dalla filiera e dipendente anche dal processo di selezione che «nei prossimi anni sarà cruciale sul fronte del recupero». Secondo Carlo Mapelli, docente del Politecnico di Milano, «in generale il processo dovrà prevedere una macinazione ancora più fine del rottame, per una selezione più affinata; una selezione magnetica in base alla concentrazione di ferro, poi una selezione automatica assistita da sistemi di intelligenza artificiale. Questo può diminuire la concentrazione di rame, che “inquina” l’acciaio. In collaborazione con il Consorzio RICREA, come Politecnico di Milano abbiamo lavorato a un sistema capace di recuperare i metalli pregiati, ad esempio lo stagno dalla banda stagnata, che hanno un valore e che invece se inseriti in colata finirebbero per inquinare la carica metallica, finendo poi nella scoria».

 

PAROLA AGLI OPERATORI – Quando si parla di rottame «bisogna avere uno sguardo che va oltre la dimensione nazionale, perché ci sono macro-trend che riscrivono gli equilibri. Green economy e sviluppo di modelli circolari tra questi, così come l’incremento atteso della quota di acciaio prodotta da forno elettrico anziché da altoforno» ha detto Cesare Pasini, vicepresidente del Gruppo Feralpi. «Ecco perché il rottame ferroso è e sarà sempre più una materia prima strategica per l’ecosistema industriale di un Paese. Ancora di più per un Paese come l’Italia che ne è un importatore netto. È auspicabile che la Commissione europea tuteli questa risorsa per proteggerla dai fenomeni di esportazioni selvagge, che hanno spesso come meta nazioni con una sensibilità ambientale lontana da quella dell’Ue. Al tempo stesso, tutta la filiera del rottame è chiamata a fare uno scatto in avanti perché qualità, tecnologia, trasparenza e servizio sono condizioni necessarie per continuare a restare sul mercato».

 

Proprio per la crescente richiesta di qualità che arriva dalla filiera, i distributori di rottame si sono trasformati «da commercianti con un mero stoccaggio a vere industrie di trattamento industriale di rifiuti. I nostri operatori hanno acquisito maggiore sensibilità, perché sono aumentati i rischi e le responsabilità della gestione» anche in chiave di impatto ambientale, ha detto Paolo Pozzato, presidente di Assofermet Rottami. «Credo che i nostri impianti siano strutturati per lavorare in modo preciso per predisporre materiali di alta qualità per le acciaierie. E credo che, in futuro – ha aggiunto -, le aziende si divideranno in 4 fasce: quelle che si occuperanno della raccolta minuta a km 0; aziende medie e grandi più strutturate dal punto di vista commerciale, che faranno da collettori tra le piccole imprese e le acciaierie; una terza fascia di aziende specializzate di media taglia, capaci di gestire rifiuti inquinati, in grado di pulirli e selezionarli; infine i trasportatori, anello fondamentale della catena perché riducono i costi di trasporto, gestendo le tratte e i flussi».

 

Secondo Federico Fusari, direttore del Consorzio RICREA, un ulteriore fattore di miglioramento del sistema di raccolta e riciclo degli imballaggi in acciaio (il Consorzio ne gestisce circa 500mila tonnellate l’anno, tra flussi domestici e industriali, rifornendo in modo strutturale le acciaierie) è «rendere uniformi i meccanismi di raccolta in Italia. C’è un Nord Est che è a livelli più elevati della Germania; ci sono altre regioni, al Sud ma anche al Nord, che invece sono indietro. C’è uno sforzo da fare sulle amministrazioni locali, perché recuperino gap e ritardi che giocano a sfavore del sistema. La collettività oggi ascolta i messaggi di sostenibilità ambientali, ma se ad essi non corrispondono azioni concrete subentrano lo scoraggiamento e la messa in dubbio della raccolta differenziata e del riciclo da parte del cittadino. In questo senso sarebbe inoltre «fondamentale coinvolgere giovani e giovanissimi, con attività pensate per loro».